36) Marcuse. I media e l'illibert.
Non la violenza di un regime totalitario, ma i media tolgono
all'Altro la sua libert perfino nella sfera del privato. Come pu
la nostra societ definirsi libera? Per sopportare la presenza
della bomba atomica la gente ha bisogno d'intrattenimento. Qui sta
la base materiale del dominio.
H. Marcuse, L'uomo a una dimensione (pagine 365-369).

 Alla negazione della libert, e perfino della possibilit della
libert, corrisponde la concessione di libert atte a rafforzare
la repressione. E' spaventoso il modo in cui si permette alla
popolazione di distruggere la pace ovunque vi sia ancora pace e
silenzio, di essere laidi e rendere laide le cose, di lordare
l'intimit, di offendere la buona creanza. E' spaventoso perch
rivela lo sforzo legittimo e persino organizzato di conculcare
l'Altro nel suo proprio diritto, di prevenire l'autonomia anche in
una piccola, riservata sfera dell'esistenza. Nei paesi
supersviluppati, una parte sempre pi larga della popolazione
diventa un immenso uditorio di prigionieri, catturati non da un
regime totalitario ma dalle libert dei concittadini i cui media
di divertimento e di elevazione costringono l'Altro a condividere
ci che essi sentono, vedono e odorano.
Come pu una societ ch' incapace di proteggere la sfera privata
dell'individuo persino tra i quattro muri di casa sua asserire
legittimamente di rispettare l'individuo e di essere una societ
libera? E' ovvio che una societ vien definita libera da ben altri
fondamentali risultati, oltre che dall'autonomia dei privati.
Eppure, l'assenza di quest'ultima vizia anche le maggiori
istituzioni della libert economica e politica, negando la libert
alle sue nascoste radici. La socializzazione di massa comincia
nella casa ed arresta lo sviluppo della consapevolezza e della
coscienza. Per giungere all'autonomia si richiedono condizioni in
cui le dimensioni represse dell'esperienza possano tornare di
nuovo alla vita; la loro liberazione richiede la repressione delle
soddisfazioni e dei bisogni eteronomi che organizzano la vita in
questa societ. Quanto pi essi son diventati le soddisfazioni ed
i bisogni propri dell'individuo, tanto pi la loro repressione
apparirebbe come una privazione davvero fatale. Ma proprio in
virt di tale carattere fatale essa pu produrre il requisito
soggettivo primario per un mutamento qualitativo, vale a dire la
ridefinizione dei bisogni.
Si prenda un esempio (sfortunatamente fantastico): la semplice
assenza di ogni pubblicit e di ogni mezzo indottrinante di
informazione e di trattenimento precipiterebbe l'individuo in un
vuoto traumatico in cui egli avrebbe la possibilit di farsi delle
domande e di pensare, di conoscere se stesso (o piuttosto la
negazione di se stesso) e la sua societ. Privato dei suoi falsi
padri, dei capi, degli amici, e dei rappresentanti, egli dovrebbe
imparare di bel nuovo il suo ABC. Ma le parole e le frasi che egli
formerebbe potrebbero venir fuori in modo affatto diverso, e cos
dicasi delle sue aspirazioni e paure.
E' certo che una situazione simile sarebbe un incubo
insopportabile. Mentre la gente pu sopportare la produzione
continua di armi nucleari, di pioggia radioattiva, e di alimenti
discutibili, essa non pu (proprio per questa ragione!) tollerare
di essere privata del trattenimento e dell'educazione che la rende
capace di riprodurre i meccanismi predisposti per la sua difesa o
per la sua distruzione. L'arresto della televisione e degli altri
media che l'affiancano potrebbe quindi contribuire a provocare ci
che le contraddizioni inerenti del capitalismo non provocarono -
la disintegrazione del sistema. La creazione di bisogni repressivi
 diventata da lungo tempo parte del lavoro socialmente necessario
- necessario nel senso che senza di esso il modo stabilito di
produzione non potrebbe reggersi. Qui non sono in gioco n
problemi di psicologia n problemi di estetica, ma piuttosto la
base materiale del dominio.
H. Marcuse, L'uomo a una dimensione, Einaudi, Torino, 1967, pagine
253-255.
